Tendiamo a pensare che gli altri ci vedano esattamente come noi vediamo noi stessi. In realtà nessuno riesce a coglierci a tutto tondo: abbiamo troppe sfaccettature.
Nel guardare gli altri si risulta superficiali oppure la visuale è viziata in qualche modo dai pregiudizi o dalle emozioni. Nessuno di noi sa essere davvero obiettivo, men che meno col proprio riflesso. E allora chi possiamo affermare di conoscere veramente?
Se mettessimo insieme le impressioni della gente come i pezzi di un puzzle potremo ottenere un’idea piuttosto approssimativa della nostra persona. Un ritratto incompleto, appena abbozzato, mancante dei dettagli che ci rendono unici al mondo e che spesso restano nascosti ai più.
La persona forte potrebbe scoprirsi fragile al punto da piangere per un messaggio scrittole in malo modo.
Quella sempre pronta ad aiutare gli altri potrebbe nascondere motivazioni meno nobili.
E quella cordiale con tutti potrebbe convivere con un rancore silenzioso alimentato da una profonda insicurezza.
Troppe volte restiamo scioccati dai gesti o dalle scelte di una persona:
“Non me lo sarei mai aspettato.”
“Non pensavo che stesse soffrendo.”
“Se avessi saputo che era in difficoltà…”
Forse il punto è proprio questo: si tratta di imparare a schiudersi. Di superare la paura di venire rifiutati o giudicati.
Ma si tratta anche e soprattutto di ascoltare davvero. Di connettersi, ma con le persone una volta tanto, e di far sentire la propria presenza e vicinanza.
Non serve capire tutto, non serve esserci passati, non serve parlare di sé.
A volte basta esserci. Ascoltare. Stringere una mano. Abbracciare. Un piccolo gesto, un pensiero palesato.
A volte basta poco per far sentire qualcuno meno solo e incompreso.
Ma bisogna avere voglia di andare oltre l’apparenza.
Di approfondire.
Invece tendiamo a generalizzare, a etichettare.
Come quando riduciamo una persona al lavoro che svolge.
Identificare qualcuno con la sua professione
è un po’ come descriverlo soltanto per il suo aspetto esteriore:
limitante e profondamente ingiusto.
Dietro quella mansione c’è una persona.
Dietro quel volto c’è un universo.
Fragilità, paure, ricordi, ferite, esperienze, sogni, contraddizioni.
Datemi individui più profondi di un cucchiaino da caffè.